"Parliamo, giudichiamo,ci indigniamo, sempre esclusi i presenti.
E' una di quelle frasi a tradimento che colgono impreparati anche i conversatori più attenti.
Non credo che questa espressione esista in altre lingue o che, quanto meno, ricorra come in Italia.
I giornalisti, sento dire, s'inventano tutto, esclusi i presenti. I medici, esclusi i presenti, fregano il fisco. Esclusi i presenti i politici sono corrotti e i sindacalisti degli imbecilli.
Un passeggero del direttissimo Milano - Ancona, dopo aver discusso con un conoscente degli scioperi, del governo, della lira, delle ragazze che vanno a letto con i contestatori, ha concluso: "con rispetto parlando, l'Italia è un paese di merda, esclusi i presenti".
Ringrazio quell'ignoto gentiluomo che ha voluto escludere dalla sua severa sintesi i compagni di scompartimento e auguro a tutti di essere sempre presenti."
”Esclusi i presenti” - Luca Goldoni.
Questo pezzo non vuole essere un’invettiva contro una categoria, né intende generalizzare riflessioni che di generale hanno poco.
È la cronaca delle frasi dette e dei pensieri fatti in dieci minuti di un giorno qualsiasi in una stazione ferroviaria qualsiasi.
“Con rispetto parlando, senza offesa, ed esclusi i presenti” ovviamente.
Siccome GLI Storie Moderne si devono spesso muovere per lavoro, hanno spesso a che fare con la Polizia Ferroviaria.
Alla Polfer capita spesso che ci finisca la FECCIA della Polizia di Stato.
Per la cronaca, se non sbaglio, Luigi Spaccarotella, quello che ha UCCISO Gabriele Sandri, è stato mandato a fare l’agente della Polfer.
Ma questa è un’altra storia.
Dicevamo:
Psicopatici perseguitati da complessi di inferiorità si aggirano tra le banchine dei binari con le mani aggrappate al cinturone.
Ciondolano tutto il giorno.
Non fanno un cazzo.
Guardano la gente.
O meglio, GUARDANO MALE la gente.
Ciondolano.
Sbuffano.
Ri-ciondolano.
Si appoggiano con una mano ad uno stipite in marmo.
Con l’altra si appoggiano al cinturone, ovviamente.
Incrociano le gambe.
E guardano male tutti.
Si annoiano.
Si annoiano tremendamente.
Ingrassano.
E si innervosiscono del loro NON fare un cazzo.
E il fatto di sentirsi sempre meno utili fa perdere loro ogni stimolo.
Uno di questi, incrociando il mio sguardo mi sfida: “QUESTA CITTA’ E’ TROPPO PICCOLA PER TUTTI E DUE.”
Sceriffano.
Loro SCERIFFANO tutti i TIPI SOSPETTI.
Con le loro mani abbandonate sul cinturone.
E soprattutto, SCERIFFANO ME.
“DOCUMENTI, PREGO!” - mi SCERIFFA uno dei due, guardando l’altro, tutto sfregiato in faccia.
“Come? Ah, si… OK. Ecco…” - dopo aver ravanato in modo maldestro e impreparato in una delle mie tre borse, trovo il portafoglio.
Gli porgo i documenti.
Lo sceriffo parlante si segna su uno sgarrupato foglietto volante i miei dati.
Con fare SCERIFFANTE.
Gambe larghe.
Mento in su.
Tenendo il foglio e la penna IL PIU’ LONTANO POSSIBILE DAGLI OCCHI.
Con una fermezza e decisione degna dei più grandi sceriffi del FAR WEST.
Scena splendida.
L’altro sceriffo, LO SFREGIATO, invece MI SCERIFFA con lo sguardo.
Mi squadra dall’alto in basso con evidente disprezzo.
La mia barba incolta, i capelli spettinati, le braghe cadenti e soprattutto TRE borse, sono un chiarissimo indice di trasandatezza.
Forse trasporto droga.
Sicuramente indole sovversiva.
Oppure chi lo sa, potrei essere anche un “immigrato di merda”.
“AH, MA è RESIDENTE A ****************?” – deduce con stupore lo sceriffo parlante, cercando di interpretare le sacre scritture di una cazzo di patente di guida.
“Eh, sì… ma ogni settimana vengo a ************** perché lavoro a ************!” – rispondo con un sorriso.
Vorrei evitare una sfida tipo MEZZOGIORNO DI FUOCO.
Dato che ho una vita quasi normale ormai.
“Ma come mai chiedete i documenti? Sono anni che passo di qua…” – io GLIELA BUTTO LI’.
Ero curioso di sapere la risposta.
In fondo gli agenti della Polfer sono un fenomeno straordinario.
Hanno una notevole responsabilità e una quantità LORDA di probabili soggetti a controllo che fa pensare ad una particolare preparazione nel gestire enormi quantità di dati e contemporaneamente una buona capacità nel relazionarsi con le persone.
E INVECE NO.
Ripeto: gli agenti della Polfer sono un fenomeno straordinario.
In media hanno il quoziente intellettivo inferiore ai buttafuori.
E i buttafuori non sono certo dei Nobel per la Ricerca Scientifica.
Gli agenti della Polfer hanno l’intelligenza di un sasso.
Che splendida cosa che è la Natura, no?
Io sono contento di questo, e infatti sorridevo loro.
Ad un certo punto lo sceriffo parlante, da dieci minuti paralizzato nella sua epica posa a gambe larghe alla John Wayne, alza lo sguardo dal suo foglietto di merda e si rivolge allo sfregiato:
“CHE FACCIAMO, APPOSTO COSI’?”
Mah… chissà cosa avrà voluto dire.
Forse volevano la mancia.
Cazzo ne so.
Lo sfegiato annuisce, un po’ deluso.
Si aspettavano qualcosa di più brillante, che ravvivasse la loro squallida routine di falliti.
Io sorrido, ovviamente.
Lo sceriffo parlante mi porge il documento: “VA BENE, PUO’ ANDARE.” – accennando un vago sguardo verso di me, prontamente direzionato verso l’alto.
Con un po’ di disprezzo, ovviamente.
Nel frattempo lo sfregiato ha evoluto il suo sguardo di DISPREZZO in sguardo di SCHIFO.
E’ COMPLETAMENTE SCHIFATO.
Il fatto che io lavori, lo ha sconvolto.
Il fatto che debba viaggiare per lavoro, lo ha sconvolto.
Il fatto che io probabilmente guadagni il doppio di lui, LO HA PARALIZZATO in una sensazione di inquietudine e crollo morale che lo COSTRINGE a schifarsi di me.
Ma in fondo, perché prendersela tanto?
Lui ha la SUA città da proteggere.
Il suo splendido cinturone bianco.
La pistola con cui gigioneggiare.
Cosa può volere di più?
TUTTI DA BAMBINI VOLEVAMO FARE I POLIZIOTTI.
Magari non proprio agenti della Polizia Ferroviaria, ecco.
Però è invidiato da tutti i bambini.
Anche se io da bambino volevo fare l’archeologo.
E lui voleva essere un grande calciatore.
Pieno di soldi.
Pieno di figa.
Successo, televisione, macchine veloci e costosissime.
Vero Sfregiato?
Vero?
Peccato che per diventare pieno di soldi, pieno di figa e pieno di te,
DEVI SAPER ALMENO GIOCARE A CALCIO.
Tu invece NON SAI FARE UN CAZZO.
Quindi SEI un patetico agente della Polizia Ferroviaria.
E l’unica cosa che sai fare è:
SCERIFFARE.
QUINDI CONTINUA A SCERIFFARE.
Ciao Agente della Polizia Ferroviaria,
stavolta ero pulito,
arrivederci a presto,
sempre Tuo,
S.M.
Ipazia (370 d.C. – 415 d.C.) è il simbolo del libero pensiero scientifico, della nascita del dogma cristiano e infine il tramonto della Civiltà greco-romana.
Questa è la storia della sua fine, e l’inizio di un’altra storia.
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Ipazia era la figlia di un matematico e astronomo del Museo di Alessandria d’Egitto.
Neoplatonica, ma non nella variante religiosa del neoplatonismo, deteneva probabilmente una cattedra di filosofia in una scuola municipale di Alessandria.
La città,in un periodo in cui l’Impero Romano stava ufficialmente diventando cristiano, era in lotta tra cristiani, ebrei e pagani.
In quanto donna, pagana, filosofa, scienziata e matematica, nonché un’importante figura politica, Ipazia non aveva molta popolarità tra i fanatici cristiani, il cui orizzonte mentale era limitatissimo.
Probabilmente per ordine di San Cirillo, patriarca di Alessandria, mentre attraversava la città fu tirata giù dal suo cocchio, denudata, tagliata a pezzi viva con conchiglie affilate e infine bruciata.
ERA QUELLO CHE I CRISTIANI INTENDEVANO PER AMORE FRATERNO.
S.M.
La storia che state per leggere è una storia qualunque, ambientata nella mente di una ragazza qualunque.
Non ha finalità satiriche, anche se in teoria si può ridere di tutto.
Buona lettura.
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È sempre la stessa storia.
Il giorno diventa sonno, il sonno sogno, il sogno incubo e l’incubo, infine, realtà.
Ed eccomi ancora qui, proprio come ieri e come domani.
Attendo risposte che non verranno mai, perché io sono la risposta e, al tempo stesso, la domanda.
È meglio tentare e fallire, o non tentare mai e passare il resto della vita a chiedersi come sarebbe andata?
Passo tutte le mie ore a calcolare, a valutare quelli che hanno tentato e avuto successo e quelli che hanno fallito. O i perdenti che non hanno mai provato.
Sono una perdente, io?
Ogni volta arrivo alla stessa conclusione. A volte vinci, a volte perdi.
È solo questione di quanto si è disposti a scommettere. Di quando, vecchi e grigi ci si guarda allo specchio e ci si chiede: “HO FATTO DAVVERO IL MASSIMO?”.
Io ho provato, ma non è stato abbastanza.
Non per me.
Io so cos’è l’inferno.
Non sono laghi di petrolio in fiamme o diavoli che ti pungolano nel culo con la forca.
L’inferno è non sapere.
La tortura mentale cui ti sottometti facendoti domande, soppesando continuamente le tue decisioni passate, cercando d decidere se hai fatto la scelta giusta.
Se è davvero così, allora sono all’inferno.
Lo sarò sempre.
SONO UNA PERSONA FELICE, VERO?
[Click]
Bah, chi cerco di fregare?
[Click]
Foto del mio passato…
Fanno riaffiorare immagini che mi riportano alla vita della donna che ero; alle scelte che ho fatto, buone o cattive, giuste o sbagliate.
Convivici, Irene.
Ricordi di infanzia.
La ragazza che ero.
La donna che sono diventata.
Una straordinaria hacker.
Onnipotente, onnisciente.
Tutta quella conoscenza sprecata in un patetico guscio di essere umano.
Niente più che un dannato fantasma nella macchina.
Ero uno dei migliori hacker mai esistiti: la crème della crème.
L’élite.
Cosa cazzo mi è successo? Da quand’è che sono una cacasotto?
Ora ricordo.
Ricordo il giorno in cui entrò nella mia vita, offrendomi la verità.
Io ero troppo spaventata per accettarla.
Che cosa patetica.
[Click]
Perché non sono andata oltre l’ovvio?
Perché ho avuto così tanta paura della verità?
Mi ha offerto una pillola rossa, una pillola che avrebbe alterato la mia vita, ha detto.
Un nuovo mondo sconosciuto in cui rinascere.
In cui apprendere la verità su tutto.
Era una sensazione opprimente. La stessa di ieri, la stessa di domani.
Volevo essere come tutti gli altri.
Ma volevo essere un mito, una leggenda.
Che puttanata.
Mi odio ogni volta che penso a come IL MEDIATORE, il maestro hacker e Signore dei dati, venne da me e mi offrì una manciata di risposte e di Verità.
E io cosa feci?
Scappai.
Scappai con la coda tra le gambe tremanti.
Spaventata come un patetico cagnolino quale sono.
Rosso significa “VAI”, blu significa “FERMATI”.
Io scelsi il blu.
Vicolo cieco.
Unica direzione rimasta: GIU’.
Napoleone, Giovanna D’Arco, Hitler, Einstein.
Tutti pazzi, radicali, estremisti.
Buoni o cattivi, si tuffarono tutti a testa in giù. Alcuni si schiantarono, altri diventarono geni.
Tutti tentarono nonostante il dubbio e la paura.
Io no.
Cosa sarebbe successo se mi fossi lanciata nel vuoto?
Starei meglio di adesso?
Sarei più felice?
Cos’è la felicità?
So per certo che no è questa.
Cerco ancora quel anello di ottone, ma è troppo lontano per prenderlo.
Ho avuto la mia chanche e non ne ho approfittato.
È meglio tentare e fallire, o non tentare mai e passare il resto della vita a chiedersi cosa sarebbe successo?
[Click]
[Cestino]
Passo tutto il mio tempo a valutare quelli che hanno tentato e avuto successo.
[Svuota cestino]
E i perdenti che non ci hanno mai provato.
Cosa sarebbe successo se avessi tentato?
Non avrò mai la risposta.
E come sempre, come ieri, come domani, il mio rimpianto è eterno.

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"I genitori che si aspettano riconoscenza dai figli sono come quegli usurai che rischiano volentieri il capitale per incassare gli interessi."
Franz Kafka
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“…non si può dimenticare cosa, la Repubblica Popolare Comunista Cinese ha fatto al Tibet a partire al 1950, dopo averlo prima invaso con l’esercito, poi ridotto a provincia. Sono un milione e duecentomila i tibetani morti dal giorno dell’occupazione, un quinto della popolazione. La terra dei seimila monasteri, templi ed edifici storici che esiste dal 127 a.C., una volta pacifico stato tra l’India e la Cina, è stata trasformata in una base missilistica, c’è chi dice con la presenza di centocinquanta testate nucleari e di cinquecentomila soldati.
Il 1° luglio 2006 è stata inaugurata la ferrovia più alta del mondo, attraversa il passo di Tangula a oltre cinquemila metri di altezza, congiunge le due capitali, Pechino con Lhasa, è lunga quattromilasessantaquattro chilometri che si percorrono in poco meno di quarantotto ore. Carrozze con vetri pressurizzati, sarà come viaggiare in aereo. Sul piano della costruzione civile sicuramente una grande opera, ma la ferrovia consentirà una seconda invasione: dopo quella dei militari, quella dei civili. Oggi i civili cinesi in Tibet sono duecentomila, solo nel primo anno si prevede a Lhasa l’arrivo di oltre un milione per diventare cinque o sei nei prossimi 10 anni. La cultura tibetana, già distrutta al 90%, rischia di sparire completamente. Saranno abbattuti edifici storici, verranno sventrate montagne per costruire le case per i nuovi abitanti.”
Enzo Biagi, Quello che non si doveva dire, Rizzoli, Milano, Ottobre 2006.

Lasciar dire o far dire a giovani adulti (come me) che aumenteranno disastri naturali, guerre, povertà, criminalità, crisi economiche non è propriamente una buona validazione della capacità dei vecchi ad insegnare, ma piuttosto una definitiva condanna della passività di ogni precedente generazione.
Stiamo assistendo al perpetuarsi del solito colpevole schema per cui, conservare tutto, comprese la paura e l'immobilità, garantisce al predecessore attenuanti e alibi nel processo intentato, per obbligo storico, da parte del postero. Il vecchio imbroglio si ripete puntuale.
I nostri padri ci fanno piangere per il nostro futuro.
Sperando che nessuno faccia niente.
Perché se nessuno di noi farà niente, loro saranno giustificati nel non aver fatto niente.
S.M.
MART, Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto.
Scatto rubato all’esposizione LA PAROLA NELL’ARTE il 02/04/2008.
Autore N.P. (non pervenuto).
L’ho già detto in altre sedi e lo ripeto in questa: meglio dire cazzate avendo coscienza di dirle, piuttosto che dire ovvietà credendo di regalare perle di saggezza.
Ovvero: vieni con me a toccare le più improbabili bassezze, piuttosto che far finta di toccare alti livelli di prosa, quando in realtà di altitudine non ne sai un cazzo.
Messner dei poveri.
O altrimenti, se si critica, meglio esser capaci di dimostrare da che “pulpito nasce la predica”, altrimenti è più inutile la predica che la Storia Moderna.
No?
Ma veniamo a noi.
Come nascono le Storie Moderne?
O se preferite, COME NASCE Storie Moderne?
Il processo che ha portato alle Storie Moderne non è stato immediato.
Ha richiesto un anno di sperimentazioni.
Tutto è nato quel giorno in cui dovevo inventare un nuovo modo per attrarre l’attenzione delle persone a leggere gli inviti alle feste. Così ho pensato di immaginare dialoghi surreali con personaggi famosi che avrebbero voluto a tutti i costi essere invitati al party.
Ho scoperto che la descrizione di queste situazioni paradossali facevano molto ridere.
Le storie partivano da una base che si riferiva ad avvenimenti e immagini reali, elementi che poi creavano nella mia mente relazioni e azioni del tutto surreali.
Tutto parte da un’immagine che accende l’immaginazione.
Per questo il trampolino non poteva essere che Fotolog.
“Una finestra sul paradosso”.
E non può essere altrimenti.
Ora le Storie Moderne sono giunte agli occhi seriosi di lettori e scrittori.
Sono esposte a critiche, come è giusto che sia, e a schiumose invettive.
Io non pretendo di rivelare qualche nascosta verità o di migliorare il mondo.
NON A PAROLE, almeno.
Lascio a VOI scrittori e lettori “seri” le idee e utopie.
Il mio stile è comprensibile ed efficace, ma nasconde sotto lo strato di puttanate tutti i disagi che la nostra società ci infila nei panini di merda che ci tocca mangiare.
Se i “Messner della letteratura contemporanea” non arrivano a capirlo e si aggrappano a sterili commenti anonimi, IO NON POSSO FARCI NIENTE.
Il pagliaccio ride delle mostruosità della vita fingendosi un ridicolo mostro.
Noi pagliacci ridiamo della merda che ci circonda perché “l’importante è la salute”.
E RIDIAMO ANCHE DI VOI.
Tanti cari saluti, tante belle cose e senza offesa.
Il Vostro,
S.M.